Chiamo D e le dico, ti dispiace? (è un periodo che le mando cose da leggere)

No, dice lei, sono belle le cose che scrivi.

Ho paura, dico.

Di cosa?

Che non vogliano dire niente. Sono il risultato di un tentativo di portare nella prosa, una specie di giustapposizione di immagini, frasi o visioni. Non so se si capisce.
Si capisce, dice D

Come nel sogno, dico.

D dice: non avere paura, è una cosa che si può fare. Mettere nella prosa dei significati non legati a una struttura narrativa, si fa.
Si?
Si si, dice D. È un procedimento consentito.
Ma io non so se posso farlo, intendo condurre le parole in quel modo, su quella strada, senza perderla.
Eh, dice D. (come dire, vedi tu, non posso farci niente se hai paura)
Eh, dico io (come dire Ti rompo sempre, prima con i testi poi con la paura). E dopo dico Credo sia una questione di coraggio.
D tace.

Alla fine sempre di più, dico, mi pare che la questione giri attorno a quello. Avere il coraggio di non essere sicuri, mentre si lavora. Stare in quella cosa in cui vedi a tratti, a volte, e a volte non vedi. O pensi che qualcosa ti punirà.
Uffa dice D. A volte sei molto noiosa.

Camminava lungo un muretto con di fianco un fiume e sfregava come fa sempre la mano, non davvero per appoggiarsi, più come un cieco, per farsi indicare la strada da qualcosa, farsi condurre.

Io dovevo correre a prendere un treno, ma lo vedevo, e lo guardavo c’era il suo avvocato coi tacchi che mi faceva capire: non ti avvicinare, non è roba tua.
Ma io dovevo prendere un treno e avevo la mia fretta, come ragione.

Il tempo in cui devi vedere tutto, per mettere negli occhi più risposte possibili prima di andartene.

C’era un letto e noi eravamo su quel letto, ma era per finta, dicevamo: siamo qui per questa formalità, dopo ce ne andiamo.

Intorno c’erano i turisti che facevano una visita guidata anche a noi, la guida parlava inglese, diceva That is – e dopo That is all.

A me fino a quel momento non importava più di lui da diversi secoli.

Era dimagrito, era invecchiato, era come di carta sottile, il suo destino.

Ma dopo, a un certo punto, quando ti sei voltato, si sentiva che qualcosa stava per diventare molto più profonda in intensità.

Come quando una cosa non cade non cade non cade, sta per cadere e dopo, si, cade. Allora pensavo Non potrei fare finta di non averlo riconosciuto?

E cosi facevo.
Tradendo anche una specie di legge che qualcuno mi aveva detto che avevano scritto.

Quindi eravamo allo stesso tempo noi e altri due, come gli etruschi delle tombe.

A volte li componevano cosi, mettevano uno incastrato tra le braccia di pietra di un’altra che tenevano da parte perché era uscita bene, ma sola.

Li incastravano.

E nessuno se ne accorgeva che quei due, chiamati sposi, non si erano mai, dalla creazione del mondo, da quando nemmeno le galassie esistevano ancora – dati la mano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *