Questo non è un pezzettino.

È un pezzettino diverso. Perché è dell’era nuova, dove i pezzettini vecchi non hanno più senso. Io vivo in casa come tutti, con un figlio lontano e un cane, Orlando.

orlando
Va tutto bene tutto il giorno tranne se faccio yoga.

Se faccio yoga lui non lo sopporta. Non sopporta il fatto che non mi vada bene di condividere il tappetino con lui mentre faccio i saluti al sole.

Perché, gli dico, cosa te frega del mio tappetino con tutto lo spazio che c’è, che hai pure il divano? Così a volte lo devo spingere via, levati, gli dico, se mi devo allungare, che la lezione va avanti mica la tipa di YouTube mi aspetta, cazzo.

A volte mi devo fermare, fargli capire chi è il padrone del tappetino mostrando i denti e ringhiando o anche solo mostrando i denti in silenzio ma con sguardo minaccioso (una tecnica evoluta insegnatami da mia madre psicoanalista freudiana).
Per il resto va bene. Usciamo a fare una passeggiata e gli lancio i legni, lui corre e cerca di prenderli incastrandoli nella museruola. È diventato bravissimo in questa operazione di incastro del legnetto che non è da tutti.

La museruola non è un orpello, Orlando è un mostro di cane.
La sera stiamo vicini. Io vedo dei film allegri tipo Il padre di Saul o Il cavallo di Torino. Roba che ti tira su di brutto facendoti pensare all’umanità con speranza.
Lui russa e, a volte, credo, sogna di correre, muove le zampe e fa dei piccoli abbai per dire chissà cosa, a chissà chi.
Sono i misteri del sonno, quelli in cui, pur essendo vicini, ciascuno se ne va dove vuole, a inseguire cose sue, lontane, zampe occhi mani, parole vane.

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